La mia pazienza ha un limite. Forse.

La forza di volontà come energia da consumare: i (quasi) vent’anni di fortuna di un modello psicologico perfetto e qualche considerazione sul casino che sta succedendo adesso.

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Anche il meme è vecchio come il cucco. Scusate.

 

1998, Case Western Reverse University, Cleveland.

È passato mezzogiorno da poco e nei corridoi del Dipartimento di ricerca in Psicologia non c’è praticamente nessuno. Forse sono tutti ancora a pranzo perché tutto il piano dei laboratori è silenziosissimo e quasi deserto.

C’è uno studente del primo anno che aspetta di poter entrare in uno dei laboratori. Gli è stato detto che potrà partecipare ad un breve esperimento in cambio di crediti universitari. Le istruzioni che ha ricevuto parlano di una prova di “memoria sensoriale”. Bisogna assaggiare del cibo, poi ripresentarsi il giorno successivo, ripetere la prova e confrontare la prima con la seconda volta (o qualcosa del genere. Lui è lì per i crediti ma dell’esperimento, probabilmente, non gli interessa poi granché). Le istruzioni dicevano anche di presentarsi digiuni, per non “compromettere la performance” durante l’esperimento. E quindi lo studente è anche piuttosto affamato. Qualcuno poi deve aver avuto l’idea di preparare un dolce nel fornetto del Dipartimento e adesso su tutto il piano si sente un buon profumo di torta, o di biscotti. Sì, l’odore è senz’altro quello dei biscotti al cioccolato.

A questo punto compare un dottorando che si presenta allo studente e lo accoglie nel lab. Gli ripete le istruzioni e lo fa accomodare ad un tavolo su cui ci sono due piatti identici. Su uno dei due piatti ci sono dei biscotti appena fatti (ta-dan!), mentre sull’altro piatto ci sono dei ravanelli.

“Biscotti e ravanelli sono sapori standard. Chiunque ne conosce il sapore e sa cosa aspettarsi, quindi è più facile concentrarsi sull’analisi delle piccole differenze” spiega il dottorando “e lei è stato selezionato casualmente per la prova di assaggio dei… ravanelli! Resterà da solo per tutto il tempo della prova, ci vediamo tra cinque minuti”.

Terminata questa prima parte della prova, allo studente sono somministrati due questionari (un BMI – Brief Mood Introspection e una Restraint Scale) e nell’attesa “che la memoria sensoriale” svanisca viene coinvolto in un secondo esperimento. Questa seconda prova prevede la soluzione di alcuni puzzle geometrici, da risolvere disegnando su una particolare griglia di punti in modo da riprodurre alcune figure geometriche senza ripassare alcun segmento né sollevare la matita dal foglio. Finiti gli enigmi, anche questa parte del test termina e lo studente è libero di uscire.

Quello che lo studente non sa è che gli enigmi geometrici sono impossibili da risolvere. Sono studiati in modo da sembrare semplicemente “molto difficili”, quando invece ad un certo punto lo studente si troverà necessariamente a corto di soluzioni e sarà obbligato ad “arrendersi”. E che questo tempo di “resistenza alla resa” da parte dello studente è esattamente la variabile centrale di tutto l’esperimento, biscotti, ravanelli e profumo di cioccolato compresi.

 

Quello raccontato non è altro che il primo di una serie di quattro esperimenti consecutivi, organizzata da Baumeister et al. (1998) per indagare le “funzioni esecutive”, intese come quell’aspetto del sé che genera e controlla i comportamenti autoindotti: la capacità di iniziare un’attività volontaria e cosciente, di verificarne gli effetti e di registrare i cambiamenti dell’ambiente, fare scelte ragionate. Tutto il paper di Baumeister si costruisce attorno al concetto di ego (traducibile in italiano con quell’Io freudiano evocato dallo stesso Baumeister, che fatica e combatte contro la pressione interna esercitata dall’Es). L’ipotesi avanzata è che l’ego, per funzionare, abbia bisogno di recuperare energia (da dove? Baumeister non lo spiega), che viene “consumata” nel momento in cui l’azione dell’ego è richiesta. Ogni compito che comprende l’inibizione cosciente di un comportamento, o viceversa che richiede un input attivo, consuma una frazione piccola o grande dell’energia a disposizione, che però è finita (perché? Nemmeno questo è spiegato direttamente, ma è riferito alla letteratura contemporanea secondo la quale la “forza” a disposizione dell’ego – sotto forma di autocontrollo – si rigenera dopo un certo periodo di riposo) e quindi tende a diminuire nel tempo. Se l’ego è interpellato più volte consecutivamente, risponderà quindi in maniera sempre meno efficiente. Mangiare ravanelli evitando la tentazione di lanciarsi sui biscotti (fun fact: durante i cinque minuti della “prova” di assaggio, lo sperimentatore usciva dalla stanza ma controllava i soggetti di nascosto. Per registrare che alcuni di questi effettivamente indugiavano sui biscotti – guardandoli più da vicino o addirittura prendendone uno per annusarlo) rappresenta uno sforzo di autocontrollo che nell’esercizio successivo è nuovamente richiesto ma che stavolta non è più disponibile.

Nell’ipotesi di Baumeister, questi soggetti si sarebbero arresi prima nell’esercizio dei puzzle, a differenza di quelli a cui invece veniva chiesto di assaggiare i biscotti o anche di quelli che saltavano in toto la prova di assaggio e passavano direttamente alla seconda parte del test. Ed è esattamente quello che l’esperimento rileva, sia nel tempo di resistenza, sia nel numero di tentativi. Il confronto di campioni appaiati tra gli studenti che assaggiano i ravanelli e gli altri due gruppi – tra i quali peraltro non si rilevano differenze sostanziali – mostra un risultato alla prova comportamentale orientato nella direzione prevista dalle ipotesi di partenza e decisamente significativo (anche se Baumeister qui calcola un’Anova a una coda, perché?).

Nei tre esperimenti successivi l’ipotesi viene ulteriormente generalizzata e confermata: non è solo la frustrazione prodotta da eventi esterni a sottrarre energia all’ego, ma qualsiasi tipo di attività anche endogena (scegliere un tipo di discorso da fare vs. ricevere un tema già scelto (Esperimento 2), sforzarsi di nascondere l’espressione di un’emozione di fronte ad un video (Esperimento 3), scegliere un’opzione che comporta un’azione attiva “premere il pulsante per cambiare la risposta mostrata a schermo” vs. un’alternativa che ne prevede una passiva “non premere il pulsante e tenere la risposta di default” (Esperimento 4)) interviene sugli stessi meccanismi esecutivi ed è quindi possibile rilevarne il carico durante le prove successive.

L’ipotesi energetica del funzionamento dell’ego non ha avuto grandissimo successo negli ultimi vent’anni, ma è sopravvissuta abbastanza bene. Baumeister e colleghi hanno provveduto ad arricchire la dimostrazione perfezionando una serie di task (alcuni dei quali computerizzati – Sripada 2014 – che oltre ad essere molto generalizzabili in quanto task di “basso livello”, basati su meccanismi semplici sembrano anche piuttosto versatili, distribuibili e riproducibili direttamente da pc) e arricchendo il modello iniziale con degli studi successivi che individuano nella variazione della concentrazione di zuccheri (glucosio, Gailliot 2007) le basi fisiologiche del meccanismo di alimentazione dell’ego. Il paper originale ha raccolto un buon numero di citazioni (in questo momento Google Scholar ne conta 3323) e sembra sia comparso anche in qualche manuale di pratica psicoterapeutica. Una metanalisi del 2010 che raccoglie gli esperimenti svolti sui task In generale non sembra essere diventato un modello “fondativo”, ma comunque ha avuto il seguito che una scoperta così interessante meritava.

Finché nel luglio 2016 non viene pubblicato su Perspectives on Psychological Science il risultato del lavoro di replicazione coordinato da Hagger e sviluppato proprio sui task standardizzati messi a punto da Sripada nel 2014, che valuta l’effetto protettivo dell’uso di metilfenidato (un farmaco psicostimolante usato spesso nel trattamento dell’ADHD nei bambini) sull’abbassamento delle performance durante compiti di autocontrollo presentati in successione (ma questa è un’altra storia. Quello che ci interessa qui è sapere che Hagger utilizza lo stesso task creato e validato da Sripada, che è uno dei tre inventori della teoria dell’ego depletion).

Il task funziona così: nel primo dei due esercizi (letter-e task) i soggetti vengono divisi in due gruppi. Entrambi devono leggere alcune parole a schermo premere un pulsante. Il gruppo di controllo preme il pulsante se la parola letta contiene la lettera “e” (regola semplice). Il gruppo sperimentale preme il pulsante se la parola letta contiene la lettera “e”, e se questa è distante almeno due lettere da un’altra vocale (regola difficile). Il secondo task invece è un compito di attenzione interferente (funziona un po’ “alla Stroop”), ci sono tre pulsanti numerati e a schermo vengono presentati dei numeri, due uguali uno diverso. Bisogna premere il pulsante corrispondente al tipo di numero, ignorandone la posizione. Si tratta in entrambi i casi di compiti cognitivamente molto impegnativi: nell’ipotesi verificata da Sripada, i soggetti partecipanti di entrambi i campioni faticano durante la seconda prova, ma la prestazione cala ulteriormente in base a quale compito i soggetti hanno svolto in precedenza.

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L’analisi sui dati raccolti (23 laboratori, n = 2141) risulta non significativa (d = 0.04, 95% CI [-0.07, 0.14] per entrambe le variabili dipendenti). La variabile RT – reaction time ottiene risultati significativi solo in tre casi su 23, uno dei quali addirittura in senso contrario (il campione di controllo performa peggio di quello sperimentale con il compito più difficile). Questo nonostante lo studio fosse condotto utilizzando i test – secondo la descrizione portata dallo stesso Hagger – più facilmente replicabili di tutta la letteratura disponibile sull’ego depletion, nonostante le procedure seguite fossero del tutto fedeli alle originali, e nonostante i team di ricercatori coinvolti non avessero dimostrato bias nelle aspettative (i ricercatori dei diversi team si aspettavano che il task restituisse un effetto positivo di media entità, si trattava di “scettici”). L’intera procedura è stata preregistrata e depositata in anticipo (su https://osf.io/jymhe/, assieme ai materiali e ai dati).

Il sospetto a cui arriva Hagger, alla luce della differenza tra gli effect size proposti dalle metanalisi sulla letteratura e i dati aggregati del progetto di replicazione, è che l’evidenza dei risultati precedenti non sia altro il prodotto di un caso eclatante di publication bias. Una letteratura troppo “ottimista”, in cui i risultati degli esperimenti falliti non sarebbero stati resi disponibili, avrebbe semplicemente alterato la possibilità di replicare gli stessi risultati.

A rispondere alle “punzecchiature” di Hagger è lo stesso Baumeister. Nella stessa edizione di Perspectives fa pubblicare un commento in risposta ai dubbi sollevati dal progetto di replicazione. Rifiuta di considerare il task computerizzato usato come valido per la sollecitazione di fenomeni di ego depletion (che sarebbe scarsamente “ecologico” e privo dei fattori contestuali che nei primi modelli proposti erano così importanti – e un po’ qui sembrerebbe avere pure ragione, Baumeister, che dalla vicenda non ne esce benissimo. Ma allora ci si potrebbe chiedere perché Sripada avrebbe dovuto usarlo in prima battuta), e in più non trattandosi di un compito “classico” non ci sarebbero sufficienti evidenze per poterne confermare la validità di costrutto. In chiusura, Baumeister promette un proprio progetto di replicazione, svolto con task migliori e più efficaci.

Verrebbe da dire “vedremo”. Senonché pochi giorni dopo Hagger e Chatzisarantis hanno reagito commento di Baumeister, pubblicandone uno su Frontiers in Psychology. Al contrario di quanto sostenuto da Baumeister (che il task scelto faccia schifo nell’elicitare un fenomeno puro di ego depletion, in quanto nel letter-e task mancherebbe di una fase preventiva fondamentale di training in cui il soggetto ha tempo per familiarizzare con le regole del test. Senza questa prima parte, il task non sarebbe più concentrato sulla “fatica” che il soggetto fa quando deve trattenersi dal premere il pulsante, ma rischierebbe di trasformarsi in un compito di apprendimento semplice) Hagger difende la scelta del test e sostiene che il task, anche senza training, richiede comunque da subito tutto l’impegno del soggetto nei trial che richiedono l’inibizione della risposta (quelli in cui non ci sono “e”, oppure ci sono ma non sono abbastanza distanti). E in generale Hagger supporta la procedura utilizzata per la replicazione e difende i dati rilevati, considerando come “fisiologica” e non significativa la variabilità rilevata tra i risultati provenienti dai diversi team di ricerca.

Intanto diversi blog si sono occupati di seguire la vicenda. Replication Index (https://replicationindex.wordpress.com/2016/04/18/is-replicability-report-ego-depletionreplicability-report-of-165-ego-depletion-articles/) ha scritto un post molto tecnico in cui stima la portata del publication bias a partire dal corpus di studi presenti in letteratura, il quale sarebbe particolarmente evidente (la distribuzione dei risultati degli studi mostra un’enorme disparità tra la frequenza degli studi che riportano risultati significativi e quelli che invece non superano la soglia di significatività statistica. Soprattutto, molti di questi risultati sarebbero solo “marginalmente significativi” (ad es. con un p-value di 0.1 sui test a due code). Anche Neuroskeptic ha scritto un post sullo avvenuto tra Hagger e Baumeister (http://blogs.discovermagazine.com/neuroskeptic/2016/07/31/end-of-ego-depletion/). Il post non è particolarmente interessante in sé, ma la sezione dei commenti merita sempre e sarà da tenere d’occhio per i prossimi sviluppi.

 

AGGIORNAMENTO: il 12 settembre Baumeister commenta i risultati della replicazione durante un meeting presso l’Università di Colonia (qui il testo intero della trascrizione). Ovviamente non vengono aggiunte nuove evidenze, al momento pare limitarsi ad una cauta difesa delle critiche già esposte sul commento scritto su Perspectives.

 


Baumeister, R. F., Bratslavsky, E., Muraven, M., & Tice, D. M. (1998). Ego depletion: Is the active self a limited resource? Journal of Personality and Social Psychology, 74(5), 1252-1265. doi:10.1037/0022-3514.74.5.1252
https://faculty.washington.edu/jdb/345/345%20Articles/Baumeister%20et%20al.%20(1998).pdf

Douglas W. Woods , Jonathan W. Kanter , Roberto Anchisi , Stefano Stefanini (2016). Disturbi psicologici e terapia cognitivo-comportamentale. Modelli e interventi clinici di terza generazione
https://books.google.it/books?id=YtLoCwAAQBAJ&printsec=frontcover#v=onepage&q=ego%20depletion&f=false

Hagger, M. S., & Chatzisarantis, N. L. (2016). A Multilab Preregistered Replication of the Ego-Depletion Effect. Perspectives on Psychological Science, 11(4), 546-573. doi:10.1177/1745691616652873
http://pps.sagepub.com/content/11/4/546.full

Sripada, C., Kessler, D., & Jonides, J. (2014). Methylphenidate Blocks Effort-Induced Depletion of Regulatory Control in Healthy Volunteers. Psychological Science, 25(6), 1227-1234. doi:10.1177/0956797614526415
http://pss.sagepub.com/content/early/2014/04/22/0956797614526415

Hagger, M. S., & Chatzisarantis, N. L. (2016). Commentary: Misguided Effort with Elusive Implications, and Sifting Signal from Noise with Replication Science. Frontiers in Psychology Front. Psychol., 7. doi:10.3389/fpsyg.2016.00621
http://journal.frontiersin.org/article/10.3389/fpsyg.2016.00621/full

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