La memoria è organizzata per contiguità temporale?

No. O meglio: non solo.

Pavlov che lega il cane, suona il campanello e dà il cibo al cane. E dopo un po’ di volte, il cane associa campanello e cibo e comincia a salivare.

Il principio secondo il quale i meccanismi di apprendimento funzionano (o comunque sono permessi) da logiche di tipo associazionista (http://plato.stanford.edu/entries/associationist-thought/) stimolo/stimolo (cueing) o stimolo/azione (condizionamento) esistono quasi da quando esiste la psicologia scientifica. L’immagine di una memoria rappresentata come una linea, o anche una catena che si allunga man mano che vengono aggiunte nuove informazioni e che possiamo navigare avanti e indietro si ritrova in un certo numero di lavori classici e ha sempre funzionato piuttosto bene. L’immagine della catena poi è piuttosto versatile, perché rende bene l’idea di quanto due anelli possano essere in sezioni vicine o meno della catena, e in un ordine ben preciso per cui c’è un prima e un dopo, e un anello è collegato man mano ad altri. Possiamo distinguere informazioni più recenti o più remote, sia in periodi di tempo lunghi che in singoli esercizi di laboratorio.

Alcuni lavori piuttosto recenti (Farrell, Lewandowsky 2008, Kahana 1996-2005) sembrano aggiungere conferme al modello “seriale” del richiamo. Data una lista di parole sarebbe infatti più semplice ricordare stimoli più vicini tra loro (il grafico della funzione lag CRP che si usa per quantificare l’effetto di prossimità infatti ha tipicamente una forma a campana: stimoli contigui sono riconosciuti con una buona efficienza, man mano che la distanza aumenta la performance cala).

Senonché una revisione pubblicata lo scorso novembre su Memory & Cognition prova a rivedere l’importanza dell’effetto della contiguità temporale, andando ad esaminare le evidenze empiriche a supporto della temporal contiguity theory. Per ciascuno dei paradigmi tipici della ricerca su memoria e serial retrieval (rievocazione libera su liste di parole, memoria autobiografica, richiamo guidato da cues, esercizi di manipolazione mentale di serie di elementi – ad esempio giudizio di posizione entro una o più liste di parole, giudizio di distanza tra due stimoli, effetto di recenza) Hintzman recupera quei paradigmi che supportano una spiegazione squisitamente time-based.

Ad ogni modo, la fotografia che ne viene fuori non è in completa antitesi con un modello di contiguità temporale, però solleva un tema interessante: è vero che esistono effetti di contiguità quando ci sono stimoli presentati in serie (con le differenze del caso tra i diversi paradigmi).

Ma questa prossimità non sarebbe esclusivamente temporale. Perché generalmente i test utilizzati in questo tipo di esperimenti sono piuttosto difficili, perché non è possibile scotomizzare l’influenza della memoria episodica, nemmeno quando l’esperimento richiedere di leggere parole (per l’effetto che possono provocare sul soggetto alcune parole anche apparentemente neutre, perché in una lista di parole è possibile creare in modo più o meno consapevole associazioni tra le diverse parole) e perché nel tentativo di aiutarsi i soggetti tendono inevitabilmente ad utilizzare e a perfezionare strategie, per esempio cercando regolarità e correlazioni di tipo semantico tra gli elementi di una lista (ad es. in Hintzmann, Summers, Block 1975, che dimostrano la presenza dell’effetto di continuità solo tra parole correlate o identiche. Nelle parole non correlate, la performance non migliora nemmeno per stimoli ravvicinati e quindi il grafico si appiattisce) oppure confrontando le liste viste in un test con le risposte date magari a un test precedente. Tutte queste strategie e mnemotecniche possono funzionare in modo più o meno efficace ma inevitabilmente tolgono forza all’analogia un po’ meccanica basata esclusivamente sulla contiguità temporale.

Per ciascuno degli esperimenti trattati Hintzman porta delle evidenze empiriche che ne ridimensionano un po’ i risultati. L’idea di Hintzmann è che è vero che il tempo influisce sulla performance dei soggetti in test di serial recall, ma solo perché nel tempo cambia il contesto soggettivo, si creano relazioni tra gli stimoli ed eventualmente si incorporano stimoli nuovi ambientali o artificiali (tra le mnemotecniche, una che pare funzionare piuttosto bene è la creazione di storie per unire le parole della lista). Insomma, succedono delle cose. E queste “cose”, che Hintzmann elenca come “fallacie” metodologiche (assumere che durante un esercizio di encoding il soggetto non faccia mai retrieval e viceversa, l’effetto di apprendimento in esperimenti composti da più trial, l’aspettativa e la credenza del soggetto su quale sia il metodo per rispondere nel modo migliore e quindi il tipo di strategie utilizzate, consapevoli e non), sono quanto viene aggiunto dal soggetto che si adatta e cambia anche nei pochi minuti necessari per leggere una lista di parole. E che forse sono più facili da vedere a posteriori durante una revisione, ma che sarebbe utile riuscire a considerare quando si progetta un esperimento.

 


Hintzman, D. L. (2015). Is memory organized by temporal contiguity? Mem Cogn Memory & Cognition, 44(3), 365-375. doi:10.3758/s13421-015-0573-8
http://link.springer.com/article/10.3758/s13421-015-0573-8

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